
Nome: Raffaello Ferone
Ricercatore post-doc presso il dipartimento di fisica dell'università di Goteborg, Svezia
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Les mathématiques (la science, ndt) nous rappellent combien nous dépendons tous les uns des autres, et des intuitions et de l'imagination de ceux qui nous ont précédé, et de ceux qui constituent les institutions sociales et culturelles, les écoles et les universités, qui fournissent aux jeunes une instruction qui les rend capable de comprendre en profondeur les idées de leur temps. C'est notre tache de nous assurer que la société que nous allons laisser à nos descendants soit une communauté capable d'administrer et développer notre commun patrimoine scientifique. Les mathématiques (la science, ndt), en fait, sont parmi les activité les plus caractéristiques des hommes, une activité qui nous rend pleinement humain et qui, cela faisant, nous emmène à transcender nous même.
Per favore, lottate contro la mafia.
Rileggevo l'intervista rilasciata da Roberto Saviano il 13 marzo al Corriere della Sera, in cui lo scrittore denuncia il silenzio della politica sulla questione mafiosa durante la campagna elettorale, elencando, tra le altre cose, tutte le avance da lui ricevute ad opera dei vari partiti politici allo scopo di riuscire ad averlo nelle proprie liste. Esempio fulgido di una politica in cui l'apparire, o meglio, il mostrare candidati facilmente riconoscibili dal pubblico elettore, è più importante dell'essere, ovvero del presentarsi dinanzi al suddetto elettorato con un solido impianto culturale che permetta davvero di supportare personalità di spicco nei campi più disparati, ed affrontare, quindi, la risoluzione di alcuni problemi.
Certo, la campagna elettorale rappresenta il momento di massimo marketing politico, in cui l'importante è riuscire a sedurre l'elettore, lasciandogli immaginare con pochi e semplici input quale meraviglioso Paese potrebbe venir fuori dalle urne se solo si decidesse ad affidare il proprio voto al politico di turno.
Ed allora, ad esempio, nella seppur grave situazione in cui l'economia, non soltanto italiana, ma mondiale giace, bisogna a tutti i costi rassicurarlo. Rassicurarlo con proposte che almeno sulla carta non costino niente, che non richiedano alcuno sforzo, che non presuppongano un lavoro personale da parte del cittadino. In altre parole, bisogna rassicurarlo con proposte che siano “elettoralmente commerciabili”, per usare le parole di Piero Ostellino apparse in un editoriale del giorno dopo.
Ecco, la lotta alla mafia non è un prodotto elettoralmente commerciabile, ma anzi, ne rappresenta l'antitesi. Per questo non se ne parla.
Ma dov'è finita l'Europa?
In tutto questo gran parlare di riforme fiscali, innalzamento dei salari, sviluppo sostenibile, e tutto quanto riportato nei programmi dei diversi partiti che si presenteranno alle prossime elezioni politiche di aprile, mi sembra che un tema manchi in modo assordante all'appello. Dov'è finita l'Europa? Che fine ha fatto nei discorsi delle diverse forze politiche? Esiste ancora l'Unione Europea di cui siamo uno dei Paesi fondatori?
Ad ascoltare le dichiarazioni riportate giorno dopo giorno dai mezzi di informazione, leggendo i discorsi pronunciati in varie occasioni, si ha l'impressione che l'Italia sia un'isola circondata da un grande oceano che impedisce ogni scambio. Si odono riferimenti agli altri Paesi soltanto quando si tratta di paragonare la crescita prevista del PIL, per dire quindi che la Spagna crescerà più dell'Italia, oppure che è stata inaugurata sempre in Spagna la linea ferroviaria rapida Madrid-Barcellona. Ma la riflessione, si ferma lì, senza mai entrare nel merito, e senza mai che si giunga ad apportare al dibattito italiano alcun elemento a mio avviso costruttivo. L'Europa esiste in questo momento nel discorso politico soltanto come pietra angolare per poter giudicare quanto è fatto negli altri Paesi, senza che si cerchi di comprendere perché ciò avviene negli altri Stati e non da noi. Proprio ciò che permetterebbe invece una comparazione costruttiva, introducendo nei discorsi elementi di novità rispetto a temi che possono anche toccare da vicino le vite dei cittadini. Insomma, guardare gli altri per cercare di arricchirci. Credo che in questo modo, ci si potrebbe convincere come molti problemi non dipendano dall'inadeguatezza delle Istituzioni Repubblicane, ma da qualcosa di molto più profondo che riguarda il Popolo italiano, la sua cultura, la condivisione di valori comuni (come abbiamo già scritto qui). Ma l'esclusione di tali temi dal dibattito elettorale comporta delle perdite, e quindi un impoverimento generale, a mio modo ancor più preoccupanti.
LA CRUSCA per voi (2)
Pubblichiamo il secondo intervento del Presidente dell'Accademia della Crusca, Professor Francesco Sabatini.
[pubbl. in “La Crusca per voi”, num. 35, ottobre (ma dicembre) 2007, pp. 1-3]
I fatti che hanno sollecitato questo nostro intervento non si riconducono a iniziative dei due membri dell’attuale Governo, perché si sono generati spontaneamente da tempo nell’ambito dell’autonomia universitaria, ma la loro incidenza sui processi di formazione linguistica, culturale e professionale delle nuove generazioni è tale da non permettere più che la prassi in questione sia lasciata andare avanti tra l’indifferenza e l’accondiscendenza di tutti noi: cioè, senza che tale prassi entri apertamente in un quadro di valutazioni complessive sulla politica linguistica ed educativa del nostro Paese. Si spera che questa doppia aggettivazione di una linea politica non sorprenda nessuno, e cioè che tutti gli interessati a questo discorso si rendano conto che nella formazione intellettuale dei giovani i fattori linguistici hanno un ruolo decisivo, e tengano ben presente che le lingue non sono un puro mezzo neutro che permette il passaggio d’informazioni: semplici pulsanti di diverso colore, da premere a scelta per attivare l’uno o l’altro circuito nel motore della mente. La verifica di questi principi è affidata, questa volta, proprio agli argomenti concreti che emergono dal caso in esame.
Istruzione, cultura e politica
La cultura è l'unica cosa che possa rendere gli uomini davvero liberi.
Immaginare di intraprendere una qualsiasi riforma profonda della società italiana, credendo che sia sufficiente proporre ed approvare nuove leggi perché comportamenti virtuosi fioriscano e diventino la norma è puramente illusorio. Non faremo altro in questo modo che riempire le mensole di nuovi testi giuridici che con il passare del tempo si rivelerebbero per quello che sono: contenitori di sogni e molta polvere.
Immaginare, per citare un esempio, che una riduzione di qualche punto della pressione fiscale, possa generare un meccanismo che spinga tutti coloro che le tasse non le hanno mai pagate, o spesso evase, a divenire contribuenti modello, significa sottovalutare il problema, o addirittura volerlo ignorare coscientemente. Perché se è vero che esistono ambiti in cui una riforma legislativa potrebbe apportare benefici procedurali, con una conseguente semplificazione burocratica, la stessa cosa non potrà mai avvenire nella ricerca e nella ridefinizione di una nuova forma di convivenza civile, nella nascita in ciascuno di noi di una coscienza del ruolo che occupiamo nell'ambito di una collettività formata da una moltitudine di individui; ciascuno dei quali è portatore di esigenze ed interessi molteplici ma che devono avere come fine ultimo il benessere della società nel suo complesso.
Gli immigrati. Quale integrazione?
Gli scontri tra forze dell'ordine ed immigrati cinesi a Milano hanno riproposto con violenza il tema dell'immigrazione e dell'integrazione.
Si sono ascoltate e lette dichiarazioni cariche di aggressività e rabbia da parte di italiani che non hanno fatto altro che riproporre il solito refrain: “questa è gente che non vuole imparare la nostra lingua, non vuole condividere i nostri usi e costumi, non vuole accettare quelli che sono i nostri valori, non vuole, in altre parole, integrarsi”.
Naturalmente, l'episodio è stato strumentalizzato da frange della destra xenofoba per dare risonanza alle bieche richieste razziste di cui si fanno portatrici.
Faccio fatica però a far scorrere parallelamente i temi dell'immigrazione e dell'integrazione; almeno sino a quando mi si obbliga a vedere il secondo come una condizione necessaria per una completa e sincera accettazione dello straniero.